Critiche

Toti Scialoja
Toti Scialoja

Incontri culturali  Cesare Verani storico e professore di storia dell’arte

“Sono contro ogni modernismo. Contro ogni novità, contro ogni moda, contro il nuovo per il nuovo. Contro ogni etichettatura dell’Arte.“ Queste frasi potrebbero rappresentare, così perentorie, secche e aggressive, la protesta iraconda di uno spirito orgoglioso ed intollerante, mentre, al contrario, ci offrono la testimonianza di una sincera e schiva umiltà, anche se non fossero completate e mitigate da queste altre: “L’arte non è moda né novità, ma un modo personale di espressione, di buttar fuori ciò che abbiamo dentro di noi. Se lo abbiamo!?“ …

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Sono parole scritte da bruno da Todi sull’angolo di un foglio appeso, di sbieco, ad un muro, quasi in un cantone d’uno studio ingombro di barattoli di colori, di quadri, di mobili, di stracci, di panni stesi, su una corda, nella vana attesa d’uno spiraglio di sole che scende ad asciugarli, se …. di asciugare avessero bisogno. Quei panni infatti, – brache, fazzoletti, giubetti, cenci bucati, laceri e sfilacciati – sono emblematici delle pitture di bruno da Todi.

Dovunque il nostro sguardo giri e si posi, li rotroviamo in diecine di quadri, sparpagliati, in un disordine solo apparente, sulla branda, sulle sedie, alle pareti, ovvero, già inseriti entro fondali di jute e chiusi da cornici, a comporre, come pannelli o ante, i trittici ed i polittici cari al pittore e composti, da lui, non già con riferimento alle fiorite preziosità dell’arte gotica, ma alla severa geometricità delle espressioni pittoriche umbrotoscane della tarde età romanica, dello scorcio del Dugento francescano.

D’altronde, queste scelte di contesti, nei quali i quadri sono armonicamente collocati ed organicamente subordinati ad un legame unitario, rappresentano le uniche e controllate concessioni che il pittore fa ad una tradizione perpetuatasi, per secoli, nella terra natia, rivissuta, da lui, spontaneamente, senza indulgere e ripensamenti culturali o, addirittura e peggio, intellettualoidi e nati da matrice pseudocerebrale.

Il ricorso ai brandelli di stoffe diverse e di lane logore, nonché ai primi piani di sabbie, variamente trattati con lacche e sostanze adesive, è sempre legato a fondi ove le stesure dei colori si sovrappongono con effetti ora dissonanti e acerbi ora in sintonie armoniose e delicate, ma quasi sempre „graffiate“ dall’ordito, rado, di un disegno istintivo, fatto di righe rapidamente e nervosamente tracciate, con segno sottile e tagliente, come di rasoio. Tuttavia, la presenza di quei brandelli, di quegli scampoli tagliuzzati, di quelle sabbie scabre, di certe bruciature, che mordono e consumano il legno fini a ferirlo, non vuol significare nessun particolare interesse dell’artista per la materia come tale, nessun espediente per farle violenza ed ottenere effetti vistosi, bensì come accidentalità cromatiche capaci di condurre innanzi e di concludere un discorso pittorico integrato da „forme“ che, a loro volta, consentono la realizzazione di un nesso compositivo o la soluzione di problemi di rapporti tra pieni e vuoti, tra spazio e cose.

Con ciò, non intendiamo giungere alla conclusione che il linguaggio pittorico di bruno da Todi non abbia contenuti o ne rifugga o li combatta fino a negarli e ad escluderli dai propri quadri. Al contrario: le forme colorate, i ritmi compositivi, riccorrenti in scansioni dello spazio, forse simili in dipinti diversi eppure mai eguali, mai ripetute, suggeriscono una tematica ispirata alla vicenda umana così inesaurabilmente ricca e densa di situazioni molteplici, meglio dovremmo dire infinite, e diversissime, che sono antiche di millenni o solo di ieri, che ci ripropongono sentimenti, passioni, vicende, vicissitudini che possono apparirci vecchi o vecchie e sono, invece, nuovissimi e nuovissime, esperienze che ci illudiamo siano state già fatte o scontate, gioite o sofferte, subìte o imposte e che ogni giorno nascente, invece, ci ripropone, con aspetti sconosciuti e misteriosi, tali da doverli conoscere e svelare con meraviglia, talora con piacere, tanto più spesso, purtroppo, con dolore e paura; in una lotta che affonda il suo principio in una buia lontananza remota, remotissima e non ci lascia intravedere la fine perché una fine non c’è.

„La crocifissione, per i poveri, è un fatto quotidiano; di sempre.“

Anche questa frase, amara e crudelmente vera, si legge scritta in un angolo dello studio di bruno da Todi. Ma la frase non rimane buttata là, come un’accusa; imprigionata tra quattro mura. „L’arte è un modo di buttar fuori ciò che abbiamo dentro di noi. Se lo abbiamo!?“  Anche questo il pittore lo ha scritto su un pezzo di carta, ma non lo ha lasciato affidato solo ai segni grafici d’un alfabeto.

Ha tradotto queste parole in quadri ed in altri ha trasposto il suo pensiero sulla „crocifissione“; in quadri dove campeggiano e si allineano, su un „calvario“ che abbraccia il mondo, tute contorte, emblematicamente rappresentative di esseri confitti ed appesi a croci invisibili, ma più spietatamente crudeli, nella loro essenza di tremendi patiboli, che se fossero reali nella espressione pittorica. Sono, appunto, i quadri delle „Crocefissioni“, nei quali la tematica della sofferenza è più evidente, più concreta; tangibile; tala da provocare la sensazione di un dolore alle mani.

Sono le opere di bruno da Todi nelle quali „forme“ e „colori“ sono soggiogati da una commossa simpatia per le sofferenze altrui, morali e fisiche, senza che il soggetto s’imponga con la dialettica sottile dell’intellettuale scaltrito, arido ed insincero, o con la tumida, tumultuosa invettiva del demagogo piazzaiolo. Anche lui non sempre verace.

Esse completano la varietà tematica dell’opera esposta in questa „personale“; una varietà spiccata, nonostante l’insistenza di motivi apparentemente assai simili; che conferma i valori di un lavoro tutto assorto – abbiamo, di proposito, scartato la parola „impegnato“ che si presterebbe ad equivoci – nella contemplazione della Umanità, nella penetrazione e nella generosa comprensione delle sue angustie e delle incognite della sua sorte.

Tuttavia, concludendo queste „note“ esegetiche della poetica di bruno da Todi, vorremmo aggiungere una chiosa a quella sua tanto amara riflessione sulla „crocifissione“. Non vi è dubbio che essa sia „per i poveri, un fatto quotidiano; di sempre“. Ma noi siamo convinti che, anche per i ricchi, esiste una sorte di „crocifissione“ che li inchioda inquieti, insoddisfatti, insicuri, paurosi del domani, consapevoli di un desolato vuoto interiore, trafitti da un’angoscia viscida ed inafferrabile come un serpente, gelida e raccapricciante, ad una „loro“ croce. Lo si trova scritto nel Libro dei Libri e dovrebbe indurre molti a guardare opere d’arte ed artisti con una purezza di cuore che, purtroppo, non hanno.

Alcune parole su bruno da Todi     Carl Michael Hofbauer *

…. Quando feci la conoscenza di bruno da Todi, la prima cosa che mi colpì, lo confesso, è stata la sua natura estremamente cordiale ed aperta. Davanti a me, c’era un uomo che non imputava al mondo intero di non capirlo come artista. Nè che il mondo avesse sempre pregiudizi contro lui. Nè accusava il mondo di non sapere quale lotta quotidiana l’artista ha da sostenere per le sue idee.

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bruno non si lamentava dell‘irragionevole indignazione della gente con la quale si confronta quotidianamente, nè del fatto che questo mondo senza senno veda l’artista solamente come un parassita della società e nell’arte qualcosa di sospetto. Questo, bruno da Todi non lo pensa del mondo!

Per potermi avvicinare all’opera di bruno da Todi senza influssi, dovevo cominciare a liberarmi di quella gentilezza quasi magnetica e della sua schiettezza. Questo per percepire solo l’opera, senza la forza suggestiva dell’artista. All’inizio, ciò che viddi mi lasciò un pò perplesso e nello stesso tempo imbarazzato. Poi notai che sarebbe bene di dimenticare la vita quotidiana per poter entrare nell’opera di bruno da Todi e, forse, capirla un pò.

Come subito si nota, il linguaggio artistico di bruno da Todi è tanto raffinato e tanto si allontana da tutto ciò che quotidianamente si ha l’abitudine di vedere, che bisogna interiorizzarlo per capirlo insieme al gesto misterioso nelle opere.

Ognuno che ai nostri giorni – magari professionalmente – esamina un opera d’arte, si ritirerà dentro se stesso sotto la pressione di numerose altre opere già viste nella sua vita. Quante cose ha già visto una tale persona che durante tutta la vita si è interessato a tanti diversi generi d’arte: realismo, astrattismo, surrealismo, dadaismo, concettualismo, l’informale; e molte altre espressioni del teatro mondiale „arte“ l‘hanno già afflitta e qualche volta resa perplessa.

Nei tempi di oggi appare chiaramente che sempre di più l’arte sembra cifrata. Appare in gesti misteriosi. Fa emergere l’enigmaticità del mondo. L’arte presenta all’uomo l’archetipo dell’essere: così l’arte di bruno da Todi vuole farsi comprendere. Riflette su tutta la lunga storia dell’uomo. Visiona e stilizza, ciò che ancora è invisibile dell’uomo, le grandi possibilità sublimi che dormono dentro di lui e come l’uomo può svilupparsi e diventare magnifico.

L‘opera di bruno da Todi è cifrata, piena di segni misteriosi come un linguaggio mistico, e indica che l’uomo non è tanto facile da penetrare.

All’osservatore, inizialmente svogliato, di questo stato di cose nelle opere di bruno da Todi sia di sollievo che le opere d’arte con la loro apparizione sempre si  enigmatizzano e si ritirano in se stesse. Questo fenomeno non può essere imputato a una azione volontaria dell’artista – ciò l’osservatore lo noterebbe subito  – ma è il linguaggio dell’arte.

bruno da Todi:     50 anni dei Diritti dell’uomo   Carl Michael Hofbauer, 1999       pagina 2

bruno da Todi prende un rischio. Come la chiesa fa conoscere le leggi di Dio all’uomo, da Todi disegna i diritti e doveri degli uomini, il loro addebito, obblighi e divieti, colpa e espiazione, uguaglianza e esigenza, schiavitù e libertà. Da Todi butta l’abitudine del vedere in un caos di cifre. Sono lavori che provocano il desiderio di esplorazione dell’uomo. L’uomo deve essere ricondotto alla sua origine.

Visti i lunghi periodi della sua creazione, credo che l’opera di bruno da Todi sia diventata matura, sia ritornata dalla superficie della forma conosciuta dentro se stessa; abbia sublimato i segni esterni della forma, assolto il carattere simbolistico e misterioso dell’arte. Per quanto riguarda il contenuto, bruno si è dedicato all’essere dell’uomo.

Nessun esperto dell’arte vorrà spiegare a quale livello l’opera di bruno da Todi coglie l‘essenza dell’arte. Ognuno deve trovarcela da se stesso. Il filosofo sempre confermerà che ogni individuo deve trovare la verità da solo. Non è possibile, nel caso di bruno da Todi, tirare un parallelo storico dell’arte; non renderebbe giustizia a quest’opera e a questo artista.

 *Professore di filosofia e scrittore          

bruno da Todi tra speranza e utopia Prof. Dott. Claudio Strinati *                     

bruno da Todi ha lavorato nel segno del dolore che gli uomini si portano appresso, senza che mai sia venuta meno in lui la fiducia nella fabbricazione positiva e progressista dell’opera d’arte. La sua caratteristica è una orgogliosa umiltà, un senso delle cose povero e lacerato e, insieme, una smisurata voglia di affermare i propri diritti e la propria energia. Desiderio e delusione hanno sempre accompagnato il suo lavoro in un continuo andirivieni di speranze, utopie, frustrazioni e resurrezioni. Ora le sue opere sono diventate frenetiche come quelle di un operaio rabbioso che scaraventa tutta l’energia di cui dispone per costruire cose e valori, mentre il mondo intorno vuole distruggere e veramente distrugge.

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bruno è uomo dei proclami. Afferma perentoriamente la dignità del lavoro artistico, la posizione del suo essere artista in un ambiente che non sembrerebbe predisposto a ascoltare. Così, nel tempo, Bruno Spita ha alzato la voce, ha reso le sue opere sempre più aspre e doloranti, compiendo quel passo che nella prima gioventù gli era parso forse impossibile: liberarsi da ogni sospetto di edonismo e scarnificare il frutto del suo lavoro fino a farne emergere una radice essenziale e segreta, quella dei tormenti che plasmano la materia artistica, che innalzano i Totem, che aprono o chiudono i passaggi che portano al di là dei tormenti dell’esistenza.

Ora il suo lavoro recente dovrebbe confermare definitivamente il merito di un artista che ha fatto della fede nell’arte il credo della propria esistenza, sempre mantenendo una discrezione e una onestà incontaminate.

Come se sui suoi oggetti, gremiti e “sporchi”, fosse rimasta l’impronta delle mani che lavorano, di un pensiero che è tutto risolto in materia, dove tutto è generato dal desiderio. E questo è Bruno Spita, un generoso che parla di grandi illusioni da una posizione di singolare scetticismo.

L’insieme delle sue opere sembra quasi un racconto ininterrotto in cui nulla è nato se non per impulso fortissimo del sentimento e per nobile concezione dell’idea che prende forma.

E’ questo l’augurio migliore perché le sue opere viaggino nel tempo, preservando la sua inesausta forza e la sua dichiarata fragilità, elementi contraddittori, certo, nella vita quotidiana, ma saldamente uniti nell’arte.

* in passato Sovrintendente dei Beni Artistici di Roma e del Lazio

Un pittore che fornisce gli strumenti critici per interpretarlo Francesco Volpini, scrittore

In un periodo come il nostro, caratterizzato da assoluta anomia di metri di giudizio, essendo i vecchi caduti e i nuovi ancora in effervescenza, sia il critico che il semplice utente, come possono esprimere un parere su un’opera d’arte?

Ecco, di fronte ai lavori di bruno da Todi, possiamo trovare una costante critica per poi, sorprendentemente adoperarla quando torniamo alla osservazione della sua produzione. Le sue stesse opere ci offrono insomma la chiave per interpretarle…

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Dalle sue tele, chiamiamole così, ma in realtà si tratta della più svariata materia, emerge un mondo in decomposizione, destinato, fra pochi lustri, a tramontare. Oggi noi ne viviamo l’autunno: oltre la sconsiderata e dissennata politica consumistica c’è la normalizzazione dei vari messaggi: non bastano più le opere tradizionali se comunicare vuole dire trasmettere ciò che non si sà. Oggi, specialmente da parte dei geni tutelari della nostra arte, carismatici e mandarinistici santoni si ripetono cose risapute e perciò stesso non comunicano più nulla, eludendo così il compito che è anche di ogni artista: qualunque avvenire possiamo avere, sarà sempre quello che ci meriteremo apportando il massimo delle novità.

Quello che può guidarci quindi per la strada di una pur provvisoria aspirazione estetica, è che solo il nuovo può aver diritto di esistere in ogni settore della nostra vita. Beninteso con questo non vogliamo affermare che bruno da Todi ci presenti modelli del tutto nuovi e sconvolgenti: oggi è arduo definire un’opera del tutto nuova e originale.

Ripercorrendo il cammino formativo del pittore, lo troviamo nel gruppo dei pittori tuderti, un microcosmo artistico assai significativo per l’apporto di soluzioni impreviste. E` inoltre in questo gruppo che il pittore imposta radicalmente il suo futuro: ci vuole la predisposizione, la foga per essere un artista, ma ci vuole pure la correzione accademica, la scuola insomma. La sua consapevolezza lo porta a un paziente tirocinio, una coscienziosa preparazione tecnica prima con Dottori, maestro del paesaggio, e successivamente con Pietro Parigi, l’incisore fiorentino maestro dell’arte grafica e illustre decoratore di libri. Pazientemente come è nel suo carattere, Bruno Spita si avvia a possedere giorno dietro giorno quella padronanza tecnica che lo porterà alla realizzazione dei suoi primi significativi lavori, risultato di un puntiglioso apprendistato di lavoro artigiano.

Conoscendo bruno da Todi, si può ben dedurre che c’è in ogni artista vero una lucida lungimiranza verso gli obiettivi più ambiziosi. Studente lavoratore, nel 1963 si diploma all’accademia di Perugia, e, nel1964, si trasferisce a Milano dove lavora instancabilmente alla ricerca di quella che è la base di ogni forma artistica: la ricerca del linguaggio. Ogni occasione per sprovincializzarsi è buona; ogni tema è soddisfacente per eliminare il tradizionale soggetto nobile (le Madonne, le pecorelle, etc.) Già da qualche anno, oltralpe, si afferma d’altronde la cosìddetta letteratura oggettuale che sconvolge la tradizionale visione antropocentrica; gli oggetti non sono più in funzione esclusiva delle necessità umane ma vivono una loro vita autonoma, sganciata dall’uso abituale. Ancora prima, Duchamps toglie l’orinatoio dal suo abituale contesto e lo pone in un luogo che non lo richiede privilegiandolo al rango di protagonista. Così una fetta di prosciutto o uno spicchio di pomodoro diventano personaggi a sé, svincolati dalla normale destinazione di alimentazione e manducazione.

La rottura polemica di bruno da Todi comincia qui: ci propone una sfilza di biancheria (si fa per dire) che nessuno di noi considererebbe „vestimenta“ né la penserebbe mai legata in qualche modo all’abbigliamento: essa si impone come modello principe, un tempo appunto riservato a nature morte, nobili, santi e martiri in oleografiche apoteosi.

Anche la crocifissione che a un primo tempo potrebbe far pensare a una ricaduta dell‘artista, a una sua spettacolare contraddizione in termini, (è uno dei soggetti nobili per eccellenza nella tradizione) viene sottratta al consueto significato emblematico del Redentore per assumere l’aspetto di quattro miliardi di Cristi, poveri Cristi, quali sono gli attuali abitanti della terra, da Agnelli all’ultimo clochard, dai managers delle multinazionali alla lacrima del fanciullo del terzo mondo, tutti quotidianamente crocifissi, tutti imbrancati verso la notte, assordati dalle maleodoranti scatole e armamentari tecnologici, isidiati dalla diossina. E, se ancora non ci bastasse la simbologia del crocifisso che ogni giorno affronta il suo martirio nelle giornate quotidiane del piccolo e del grande uomo, ecco stoffe, smalti, sabbie plastiche, masonite, materiali graffiati e atomizzati da varie corrosioni e insulti, colle, bruciature, lacche, resine, sostanze ibride della moderna chimica concorrere alla realizzazione del grande polittico con la sua potenza strutturale, con il dominio perfetto dell’impianto filosofico, con la consapevolezza dell’artista nel comunicare anche con i colori una sua visione particolare, una sua sensibilità: nulla è gratuito.

Ci troviamo di fronte ad un caso dove l’inadeguatezza della parola fa riportare analoghe impressioni in campo pittorico; che dire dei fiumi di sangue che escono zampillando e invadendo senza speranza come senza speranza è, seguitando di questo passo, il futuro dell’uomo. Usciamo: un attimo di respiro e torniamo di nuovo dentro a vedere le opere di bruno da Todi con gli strumenti che egli stesso ci ha saputo suggerire, alla lettura dei simboli e della sua fatica. E quel foro infine che è quasi una impronta digitale dell’artista, quello scavo che coinvolge l’utente per farlo partecipe di un intervento: quel foro lascia libero chi guarda il quadro di inserirlo in un pennello dai colori o disegni preferiti. O è una scatola cinese? O è un precipizio? O è un barlume esile, spiraglio appena proporzionato alla possibilità di salvazione? Ecco un ulteriore elemento che qualifica la produzione di bruno da Todi: l’ambiguità.

La tragedia greca degli stracci di bruno da Todi Italo Carlo Sesti

Stracci dilaniati popolano i suoi quadri, stracci che hanno preso il posto delle sembianze umane e delle cose: drammatici effetti tra il grottesco e il macabro che un pennello fermo e deciso riesce ad ottenere con sicurezza sulla tela.

Talvolta si ha l’impressione di assistere ad una scena da tragedia greca che un genio sottile ha dipinto sulla tela con gli stessi crudi effetti delle sculture in legno, per riproporre ai suoi contemporanei un dolore di sempre…

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Perdute le proprie sembianze gli uomini e le cose, i simboli o le immagini dei quadri di bruno da Todi seguono la nota evolutiva dell’iter artistico di questo pittore umbro aprendogli la strada verso una espressione che tende sempre più ad allontanarsi dal formale o, perlomeno, dal formale più tradizionale per tentare nuovi approcci e originali soluzioni, in un misto di motivi astratti e di recrudescenze figurative, rivissute in una dimensione al limite tra il sogno e l’allegoria.

Stracci
Stracci

Gli stracci di bruno da Todi a Villa Prati di Bertinoro Renato Lamperini

La validità dell’espressione ed il mezzo concreto per la sua realizzazione costituiscono, per bruno da Todi non la indicazione di quelle esperienze storicamente conchiuse od il fattore esplicitamente tecnico di esecuzione, ma una estrema necessità interiore per affrontare, con i caratteri distintivi di uno spirito spontaneo, le idee ed i principi contenuti sotto ogni possibile apparenza esteriore…

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Il carattere creativo, esistente nel pensiero evolutivo di bruno da Todi, non è affatto dissociato da quello interiore ma, anzi, quest’ultimo costituisce la parte che determina la forte spinta al pensiero.

Il „racconto“ simultaneo, che caratterizza la parte pittorica con il pensiero, segue, dunque, un unico iter espressivo-costruttivo volto ad espletare, in un modo approfondito, tutti i lati, tutti i risvolti della nostra epoca con una precisa indicazione sul „grado“ di apatia nel quale è caduto l’uomo.

Partendo dal riferimento astratto bruno da Todi si riallaccia a determinate forme le quali sono desunte dalle proprie esperienze del reale.

Egli non mira a fornire esclusivamente una rappresentazione della realtà per quella che è, ma tende a delineare, a designare il proprio pensiero, il proprio stato d’animo sul contesto sociale, il quale investe prepotentemente e con tutti i lati negativi, la propria coscienza e quella della generalità umana.

Il linguaggio dell’artista è condotto con i valori tematici del mondo fenemenico dell’esperienza e si sviluppa, attraverso la sostanziale espressione artistica, nell’alternarsi di forme naturali e spontanee, genuine ed altruistiche.

In effetti, bruno da Todi definisce „arte“ quel complesso di esperienze capace di produrre esclusivamente le immagini della propria coscienza, delle attività interiori senza retorica e senza ricorrere a sofisticati espedienti.

Le „calzette“ o gli „stracci appesi“ costituiscono la rappresentazione naturalistica dei pensieri, degli stati interiori con i quali definire chiaramente l’attuale condizione umana. Con la estrinsecazione formale degli „stracci appesi ad asciugare“ ci è sembrato di avvertire, con la struttura dinamica dell’opera d’arte, anche un processo intuitivo o meglio una forte resistenza ad accettare passivamente un determinato stato di cose.

La intuizione-espressione, quindi, sollecita il nostro pensiero ad entrare nel merito della problematica dell’artista, per constatare che il linguaggio di bruno da Todi è formulato con quella espressione pura di esistenzialità la quale, in definitiva, non è affatto dissociata dalla vicenda esistenziale vissuta da tutti noi.

L‘uomo di oggi     Bruno Stazi  

Le severe volte del Vescovado di Rieti hanno visto allestire nelle pareti dei quadri raffiguranti un tema tanto scottante quanto veritiero al massimo:

“L’uomo di oggi“. Il pittore bruno da Todi ha saputo cogliere dal vivo tutti gli aspetti attuali della modernità attraverso le espressioni dei visi, occhi, guance, labbra, busti, gambe dell’uomo di oggi…

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Visitando la mostra, non si vedono opere raffaellesche, NO! ma conscio dell’epoca che si attraversa, si può osservare nell’artista cultore d’avanguardia, che attraverso pennellate più o meno assestate, ha evidenziato tutta l’angoscia che attanaglia l’umanità da un capo all’altro del mondo.

Come può un uomo di oggi, specie se vive in una città ed anche in un paese, estasiarsi davanti al tramonto visto tra pennacchi di fumo e con pericolo di essere schiacciato dal traffico?

Allorchè un qualsiasi individuo, una volta non lontana, si fermava ad osservare il volo di una farfalla, alla contemplazione si aggiungeva un insieme di meraviglie di luci e di sole, di ombre e penombre naturali gettate magari da secolari alberi; cosa può guardare oggi un uomo? Un grattacielo gigante, un palazzone da incubo, un supersonico da capogiro, una voragine di monte, una galleria tra gole montuose, una super-strada (oggi è tutto „super“); guardando ciò un uomo potrà rendersi edotto su dati e cifre di questa velocità o di quel costo, ma giammai potrà atteggiare il viso ad una lieta espressione, felice, spontanea, contenta! Questo, bruno da Todi ci ha saputo dire meravigliosamente con numerosi quadri; questo ha saputo cogliere abilmente!

Fra venti anni o meno o più, gli uomini passando per di qui o per di là, guida alla mano, verranno a sapere dell’esistenza di questo monte, di quella vallata; scomparsi sotto l’incessante livellamento di mastodontiche macchine in funzione per procurare il materiale per nuovi e sempre più edifici grandi e piccoli; tanti secoli addietro, gli uomini così ragionando ridussero le loro ridenti vallate e montagne nei silenziosi, misteriosi spettrali luoghi che oggi „l’uomo moderno“, alla ricerca del passato, sta ripercorrendo su deserti e pianure colme di detriti ed arenarie. Le vallate dei faraoni, dell’Hoggar algerino, dell’Uzbechistan, dell’antica strada della seta ne sono ora chiara testimonianza; l’uomo di oggi è allucinato, spaventato da quello che sta vivendo e forse di già volto con il pensiero a quello che lo aspetterà. I piegamenti dei busti, dei colli del pittore „degli stracci“ ne sono una impressionante verita.

La mostra ha fini altamente educativi poichè da essa emergono gli effetti positivi e negativi che la pseudo-modernità sta portando nella collettività intera, nel mondo tutto.

Pensieri  su bruno da Todi        Piero Nardin

Per potersi avvicinare alla comprensione dell’arte pittorica di bruno da Todi è necessario, a nostro avviso, superare i normali canoni di valutazione di un’opera pittorica. Troppi infatti sono i misteri che si nascondono in quell’apparente nudità, semplicità e violenza che le immagini composte da stracci e colori propongono all’attenzione di questo singolare artista…

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Viceversa attraverso un’opera di introspezione psicologica si intravvedono non soltanto i problemi di un’umanità vista nella sua complessità ed unità e nella sua più pregnante corporalità attraverso i tempi ma soprattutto l’esistenza, con tutte le implicazioni che tale termine comporta, di un Pensiero che nasce, si forma, si sviluppa, si deteriora…  In particolare in alcuni momenti di tale mistica sintesi, che si direbbe quasi religiosa, sopravviene dirompente l’eterno dubbio concretantesi, a nostro avviso, nei buchi, momenti catalizzatori a volte del momento di fuga, a volte di quello della violenza.

Il substrato culturale e le indubbie capacità tecniche consentono all’artista bruno da Todi di tradurre immediatamente il pensiero e le sensazioni, che vivono in lui, in figurazioni che travolgono l’osservatore che, superato il momento di angoscia, di smarrimento, di rigetto, di shock, è guidato amorevolmente a riscoprire i concetti della sua essenza e riesce finalmente a riconoscere se stesso e la sua povertà, il suo essere indifeso di fronte alla possibile tragedia imminente.

Vi è infine una speranza, insita, della quale, confessiamo, ne sentiamo solo la presenza ma siamo disposti solo a concretizzarla nei buchi che lasciano questo spazio aperto alle esigenze di ciascuno ed alle proprie risoluzioni.

Il discorso pittorico si svolge in forme e colori alterati o naturalizzati dal potere di catarsi di quelle bruciature … che ognuno ha in se! Poche parole per un discorso tanto ampio che l’autore è stato capace di affrontare e trattare con il più valido degli elementi a sua disposizione: l’umiltà di fronte alle meraviglie dell’universo.

bruno da Todi ha iniziato il suo discorso: sta a noi capirlo per capire noi stessi e per modificare il nostro destino. 

Gedanken zum Nachdenken
Pensierei per pensare

La rete Console Dott. Massimo Darchini

Il quadro mi ha subito ricordato un recinto, quasi una rete. Si vedono poi delle figure, meglio delle ombre, che tentano di oltrepassare la rete, di vincere il recinto e liberarsi. Forse è l’immagine dell’artista, che cerca di liberarsi dai canoni, per lasciare libera la propria ispirazione, la propria espressività. Direi con successo, perché le ombre paiono avere oltrepassato la recinzione e sembrano oramai camminare in libertà … oltre la siepe leopardiana.

Qualche riga su bruno da Todi      Laurentiu Feller, gallerista

“Scrivi qualche riga su bruno“ … era la richiesta di un grande amico in comune con bruno. “Anche tu lo conosci un po’…” disse, e ho pensato che avesse ragione. “Un pò” ho riflettuto, “mi sembra già esagerato”. Ma forse abbastanza per accennare una prospettiva di bruno da Todi. Almeno di quei lati che per me sono diventati visibili e importanti. Così importanti che spero di ricordarmeli quando mi serviranno. E l’atteggiamento che bruno ha provocato nelle mie visioni, mi serve sempre. Sono contento che oggi, quasi quattro anni dopo, sia ancora così…

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Ho incontrato bruno nel gennaio del 2005, perché, come gallerista, volevo organizzare una sua personale nell mio “ArTelier” a Norimberga. Sono andato quindi a trovare l’artista nel suo studio e ho conosciuto l’uomo bruno da Todi. O almeno alcuni lati della sua personalità che, in quelle poche ore, mi ha fatto intravedere. Quando sono uscito, ero agitato, impressionato e mi faceva male la testa. Quelle due o tre ore erano state per me molto intense. Mi sentivo esausto perché il mio cervello continuava a voler assimilare e capire tutti quegli input. L’immersione nel mondo dell’Arte di bruno costituisce per me l’immersione nel mondo dell’uomo bruno da Todi. I due mondi sono inseparabilmente collegati in un solo mondo e non possono esistere separati l’uno dall’altro.

“Naturalmente un quadro deve parlare per sé, senza spiegazioni. Solo allora è un’opera riuscita”. Dopo i primi incontri con bruno ho cambiato idea su questa teoria. Chi conosce bruno, sa di che cosa sto parlando… troppo spesso non basterebbe né un pezzo di carta né un’intera parete come supporto per ciò che bruno vuole esprimere. Il supporto può aiutare, testimoniare, ma secondo me nessun materiale riuscirebbe a sopportare il peso della forza espressiva delle sue opere.

L’arte di bruno si può capire solo quando si capisce da Todi. Che cosa sarebbero le sue opere senza le sue “storie” che vi si collegano? Storie… spesso solo una parola. Nel caso di bruno da Todi sono molto di più. Sono esperienze, emozioni, riflessioni, disperazioni, scoperte, soluzioni. Ma soprattutto sono prove. Prove che devono trasmettere quello che gli sta più a cuore: responsabilità sociale, impegno e dignità umana.          

Questi sono per me gli aspetti che meglio descrivono la sua opera, tanto quanta la sua personalità. Ciò che io ne ho tratto. Per me, per sempre, spero. La consapevolezza che libertà significa sempre anche responsabilità. Che si può sempre partecipare attivamente agli avvenimenti, quando si è coscienti di questa responsabilità. Ci penso spesso… e lo faccio. Credo e spero che questo sia ciò che lui desidera.

La mostra è finita da molto tempo. bruno rimarrà per sempre.

Arte contro la guerra Lorena Battistoni

Abbiamo ricevuto e con piacere pubblichiamo la notizia e le immagini riguardanti una prestigiosa mostra di cui è stato protagonista il nostro concittadino bruno da Todi. Si tratta di una iniziativa che ha affiancato un importante evento voluto dal Consolato Generale della Repubblica Turca in Gerusalemme e dal Console Generale Turco della Baviera Nord, i quali hanno organizzato nelle sale del Municipio della città di Norimberga – oggi città dei Diritti dell’Uomo – un’esposizione dal titolo “L’insieme delle culture”, comprendente circa 200 foto scattate a Gerusalemme prima del 1917…

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Documenti particolarmente significativi, in quanto da essi traspare come prima della grande guerra le tre grandi religioni monoteistiche, ebrea, cristiana e musulmana, vivessero in armonia tra loro anche nella loro comune città madre. Nell’ambito di tale manifestazione itinerante, bruno da Todi è stato chiamato a “raccontare” con le sue sculture la Storia, a partire da “In exitu Israel de Aegypto – In exitu Lager” fino all’ “Inginocchiamento di Willy Brandt nel ghetto di Varsavia”, in una mostra allestita nella città tedesca dal 7 al 28 novembre scorso.

bruno ci racconta di essere particolarmente orgoglioso di aver portato ancora una volta il nome di Todi all’attenzione di enti e personaggi di caratura internazionale. Noi ne siamo ovviamente felici, ma ci piace anche sottolineare il significato profondo del lavoro dell’artista, che ha fatto della sua lunga serie di “Exitus” la traduzione materiale del grido di libertà, di vita, di riconquista della dignità umana che tanti popoli oppressi dalle guerre hanno levato nel corso dei secoli. Ed è emblematico che protagonista di tale percorso sia proprio il popolo ebraico, con le sue tragedie e la sua forza inesauribile, colto nei momenti più drammatici e significativi della sua vicenda, a partire dalla fuga dall’Egitto, evento evocato attraverso l’incipit del Salmo CXIII, che in Dante diviene l’inno alla libertà delle anime purganti. Ed in loro, come nelle figure di bruno, l’andare è sereno, benché stanco, ma ricco della speranza di muoversi verso la Patria e la Libertà.

Ben altro è lo sguardo di coloro che, nudi, le ossa coperte di appena pochi stracci di una divisa a righe, sperimentano la condizione di sopravvissuti al Lager. Gli occhi, le teste, le mani denunciano la sconfitta della dignità umana di fronte all’orrore subito; l’uomo, ancorché vivo nel corpo, è morto nel cuore, schiacciato dalla miseria, dal dolore, dalla paura, dalla vergogna. E le vittime del lager diventano il volto delle vittime di tutte le guerre, che infieriscono soprattutto, e talora soltanto, sui più poveri e deboli, cui regalano fame e violenze, morte ed orrore. Vittime preferite delle guerre sono i bambini, a cui viene rubata l’infanzia, le donne, sul cui volto si segna la sofferenza di mogli, madri, figlie, sorelle; e questo, in tutte le guerre di ogni tempo ed ogni luogo, dall’Iraq alla Palestina, dalla Somalia all’Uganda.

Nell’Esodo da Auschwitz la guerra si declina in tutte le diverse entità etniche e politiche che subirono in quel luogo lo sterminio. Le figure diventano, così, Nude Verità, perché è della verità, oltre che del ricordo, che le vittime della Shoah chiedono conto agli uomini di oggi.

bruno da Todi racconta del suo percorso dal primo exitus attraverso la dolorosa serie, ancora non compiuta, degli esodi, in cui ritrae il volto della guerra e della violenza, e nei quali richiama l’uomo ad un’assunzione di responsabilità , per aver dato vita alla vergogna dello sterminio, o per aver voltato gli occhi altrove.

Il percorso si snoda, dunque, attraverso il tempo e lo spazio fino al “terremoto” del perdono, che incarna la forza dirompente del gesto compiuto dal cancelliere tedesco nel ghetto di Varsavia il 7 dicembre 1970: un uomo si inginocchia e chiede perdono ad un popolo in nome della propria nazione. E ci richiama al dovere della memoria e della verità. Un tema su cui riflettere, per rendere più consapevole e, forse, meno vacuo, il tempo di Natale.

Dante In Exitu Israel de Egypto
Dante In Exitu Israel de Egypto – Exitu Lager
"Città viva"
“Città viva”